Laureato 2020

Enrico Morresi

enrico morresi

 

ENRICO MORRESI è stato Insignito del premio 2020

 

 
Etica giornalistica, non fake news!

La Fondazione Dr. J.E. Brandenberger conferisce ogni anno un premio di 200.000 CHF a una personalità per il suo impegno a favore della promozione e della conservazione della cultura e dell’uomo. Nel 2020 il premio è stato assegnato al giornalista ticinese e studioso d'etica dei media Enrico Morresi, che ha dedicato molti anni di eccezionale impegno alla ricerca di regole e condizioni per promuovere la qualità e l’affidabilità dell'informazione e operato per un giornalismo che sostiene e rafforza la fiducia nelle istituzioni.

La sua notevole carriera giornalistica comincia inizia nel 1958 al “Corriere del Ticino”, dove esordisce come cronista, per poi, a partire dal 1969, per dodici anni, dirigere la rubrica “Cantone” come redattore capo. Seguono altri dodici anni come autore di documentari in patria e all’estero per la Televisione della Svizzera italiana, altri sei come responsabile del Parlato di Rete Due e infine, dopo il pensionamento, una decina come ricercatore e autore di ambiziose opere scientifiche. È stato vicepresidente della Commissione nazionale dell'Unesco. Dal 1984 ha militato nel Consiglio svizzero della stampa e dal 2000 al 2012 ha presieduto la Fondazione che regge il Consiglio medesimo.

Conseguito nel 2002 un «Master of Applied Ethics» (MAE) all’Università di Zurigo, ha esplorato le possibilità di definire l’etica giornalistica con due titoli che hanno ricevuto grande attenzione in tutto il mondo italofono. La sua vasta e profonda esperienza, la sua osservazione attenta ed empatica dei conflitti, delle crisi e delle tragedie più diverse hanno inspirato a Enrico Morresi a porsi domande sempre più urgenti, a suo avviso cruciali. L'interrogativo etico, nel suo caso, sembra essere il naturale e inevitabile punto di arrivo di una carriera professionale originale e di successo.

«Siamo molto lieti di assegnare a Enrico Morresi il premio di quest'anno della Fondazione Dr. J.E. Brandenberger», ha dichiarato il presidente del consiglio della fondazione Carlo Schmid-Sutter: «In un tempo in cui fake news, voci incontrollate, incertezze e speculazioni turbano la popolazione, l'etica giornalistica è di fondamentale importanza per la tutela della fiducia nei media».

È la trentunesima volta che questo prestigioso premio viene assegnato. Irma Marthe Brandenberger istituì la fondazione in memoria di suo padre, il Dr. J.E. Brandenberger, inventore del cellofan, e si pose l'obiettivo di valorizzare personalità che si sono distinte per lo sforzo di migliorare le condizioni di vita delle persone. Sono premiati risultati ottenuti nel campo delle scienze naturali e umane, del lavoro sociale nonché della promozione e conservazione della cultura umanitaria, a prescindere dal genere e dalle convinzioni religiose o politiche dei candidati.

La cerimonia di consegna del premio a Enrico Morresi - avrà luogo - a causa della Pandemia – solo il 13 novembre 2021 a Lugano.

Per ulteriori informazioni rivolgersi a Carlo Schmid-Sutter, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., tel: 079 568 15 85.

 

Laudatio

Da trent’anni oramai, oggi dunque per la trentunesima volta, la fondazione vagheggiata da quel grande chimico che fu Jacques Erwin Brandenberger, poi concretamente eretta da sua figlia Irma, conferisce un premio destinato ad onorare una vita dedicata, così recitano tuttora gli statuti, “a migliorare le condizioni di vita materiali o immateriali dell’umanità”. Poiché la vaghezza di questa formulazione potrebbe ovvero ostacolare, ovvero abbandonare al caso l’identificazione di validi candidati, anno dopo anno il Consiglio di fondazione circoscrive altresì un ambito sociale sufficientemente concreto ed autonomo, al quale la Commissione premi si attiene (o forse meglio: dal quale si lascia ispirare) al momento di svolgere le sue ricerche e di elaborare proposte concrete.
Quest’anno il tema prescelto fu dunque quello della comunicazione. Il Consiglio di fondazione ha così incaricato la Commissione premi di designare candidati meritevoli di aver contribuito a ragionare su come deve essere pensato e reso possibile un giornalismo desideroso di diffondere informazioni trasparenti e documentate, perciò corrette, già per questo motivo capaci di rafforzare la fiducia della popolazione nelle istituzioni democratiche. L’ha fatto forse perché impressionato dalle odierne strategie destinate – si direbbe – più a promuovere e a legittimare violazioni ed abusi della libertà di stampa e di espressione, che a favorirne un uso responsabile a favore della società civile. Dunque perché preoccupato da una deriva, che è sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti.
Il risultato delle nostre ricerche, delle proposte e finalmente delle scelte, ve lo presentiamo oggi con grande soddisfazione. Il nome del laureato l’ha rivelato la stampa già da tempo. A me ora tocca riassumere le ragioni di questa scelta, parlarvi dunque di Enrico Morresi e di come, operando come ha operato, abbia pienamente corrisposto alle attese della fondazione. Mi atterrò all’essenziale.
Già l’itinerario professionale del nostro laureato sorprende. Perché inizia  con una scalata in solitaria fuori del comune. Mentre i coetanei (e futuri colleghi) frequentano il liceo e l’università, Morresi si deve accontentare di calcare sentieri e scorciatoie. Entra a 14 anni come ‘ragazzo di bottega’ nel “Corriere del Ticino”, al quale – almeno nello spirito – è restato fedele fino a stamattina. Poi lentamente accede al tavolo redazionale, a 22 anni commenta i lavori del Gran Consiglio, a  26  riferisce quale unico giornalista ticinese dal Concilio vaticano secondo. Dove conosce grandi giornalisti, dai quali, come sa fare un genuino autodidatta, silenziosamente impara. Promosso a 33 anni a Redattore capo, lascia nel l988 il giornalismo scritto e passa quale inviato speciale alla Televisione della Svizzera italiana e poi, nel 1993 alla Radio della Svizzera italiana quale capo dei servizi parlati della Rete 2, quella culturale. Fino al pensionamento, nel 1999.
Visto dall’esterno e prescindendo dall’inizio piuttosto anomalo, magari anche avventuroso, questo itinerario ci appare scorrevole, ordinato, quasi scontato. “Una bella carriera !” si dice in questi casi.

A chi però non si accontenta di questo riassunto frettoloso, fanno comunque specie aspetti tutt’altro che canonici e scontati di questo percorso professionale, sui quali vorrei brevemente attirare la vostra attenzione.
Dapprima: come giornalista Morresi si è fatto da solo. Ma ha goduto in compenso di un raro privilegio, quello di scegliere lui i suoi maestri, affidandosi ai quali ha facilmente recuperato le occasioni sfumate. E l’ha sfruttato con grande oculatezza, questo privilegio. Ha scelto con giudizio e lungimiranza chi gli ha insegnato le lingue, a cominciare dal latino fino all’inglese, come anche chi più tardi l’ha introdotto nel mondo filosofico, che per lui divenne presto una casa, quello di Habermas, Apel, Rawls.
Piace e nel contempo seduce dipoi, come Morresi abbia vissuto la sua esperienza professionale all’insegna della fedeltà. Fedeltà sia nelle grandi scelte professionali, religiose, filosofiche, che in quelle meno essenziali, ma comunque prossime. Allora anche fedeltà alla sua città e al suo paese, con tutto quanto questo può significare e incidere nel quotidiano, anche nel quotidiano talora complicato, defatigante e spesso anche scoraggiante, di una situazione sempre minoritaria. Quella, che tanti ticinesi conoscono bene e gestiscono con naturalezza mai gratuita, ma che forse troppi in questa Elvezia spesso disattenta o distratta, non riescono ad immaginarsi.
E finalmente risalta l’impegno, vigile e costante, con il quale il Nostro ha svolto le sue inchieste, elaborato i suoi articoli, interrogato testimoni, confrontato deposizioni, chiarito, criticato, lodato. È stato un giornalista inquieto ed apprensivo, Morresi. Che soffriva quando viveva i condizionamenti della professione, quando osservava come il mercato e le sue leggi progressivamente si insediavano nel mondo dei media, mercificando le notizie, riducendo i destinatari (i lettori dei giornali, gli ascoltatori della radio, i telespettatori) a silenziosi e voraci consumatori, che andavano non tanto serviti, quanto sedotti. Voleva opporsi a questa deriva, proporre regole esterne al sistema, perciò capaci di correggerlo, o almeno di smussarne gli angoli più impietosi. Ma per farlo seriamene urgeva dapprima approfondire, riflettere, in una parola: rimettersi in gioco e riprendere a studiare. Tutto ciò spiega come mai, raggiunta l’età della pensione, la vita di Morresi abbia subito un’ accelerazione. Non ha avuto il tempo, come altri pensionati, di accudire all’orto, di riporre fiori secchi nell’erbario o di trascorrere i pomeriggi giocando a carte con gli amici. Ha fatto qualcosa d’altro e la sua scelta, per i motivi appena ricordati, ancora una volta non sorprende.
Decide così di iscriversi all’Università di Zurigo per frequentarvi, dal 1999 al 2001, i corsi del primo Master di etica applicata. Grazie ai quali si appropria di quei concetti, teorie e visioni, che gli permettono poi finalmente di elaborare criticamente l’opulenta realtà osservata per anni, e di farlo in vista di proporre regole tendenzialmente capaci di rompere/scardinare le gabbie dell’autoreferenzialità del sistema imperante. Nascono così le due opere del 2003 e del 2008: L’etica della notizia e L’onore della cronaca. Ambedue introdotte da Maestri, purtroppo nel frattempo deceduti: Remo Bodei e Stefano Rodotà. Sono opere di grande respiro, nelle quali rifluisce l’esperienza professionale di una vita, un resoconto formulato a missione compiuta, se vogliamo. Scritto da un protagonista attento, profondo conoscitore del mondo mediatico, perciò anche severo critico delle sue imbarazzanti derive, ma soprattutto instancabile suggeritore di strategie destinate a bloccarle. Per riportare poi il discorso in un alveo più dialogico e conviviale.

A quali tradizioni si ispirano queste strategie? E quale etica propongono? Morresi condivide pienamente l’etica comunicativa di Habermas, vede perciò nell’informazione un bene pubblico, del quale fruisce il cittadino. Un cittadino che si avvale di quanto diffondono i mass media per conoscere, interpretare, se necessario decodificare il mondo in vista di esercitare responsabilmente i suoi diritti politici. Un’etica pubblica, dunque, come conviene ad una società democratica. Tesa a propiziare l’accessibilità delle notizie e a liberare il destinatario dal suo ruolo di cliente-consumatore. Lo riconosce piuttosto nella sua dignità di cittadino, titolare di diritti politici, che le notizie non le inghiotte più silenziosamente, ma le discute.
Non è un’etica vaga, questa. Non una che si perda nella casistica e si accontenti di suggerimenti. Mira più in alto. A ridefinire lo statuto del giornalismo nel suo insieme. Fa del giornalista un fiduciario della società civile, incaricato di mediare fra le notizie e il pubblico. E restituisce, ciò facendo, dignità ai media, riconosce loro il ruolo di guida della società civile, strumento di formazione della cittadinanza.
Alla nostra Fondazione i ragionamenti e le proposte di Morresi, suffragati da esempi raccolti in una vita di lavoro e da una conoscenza onnivora e ubiquitaria della bibliografia, piacquero. Già perché così vicini, direi quasi speculari, al tema di quest’anno. Piacquero altresì l’ottimismo dell’autore, la mancanza di ogni arrendevolezza vis-à-vis dei disastri già provocati dal sistema attuale, la disponibilità ad affermare che, malgré tout, non è troppo tardi, che si può ancora intervenire, correggere, salvare, a condizione però di rimboccarsi  le maniche, ad esempio insegnandola seriamente e strutturandola quale ricerca di base anche a livello universitario, questa benedetta etica della comunicazione. E piacque per finire anche la serenità delle sue pagine, quel modo (tutto suo) civile, urbano, conviviale di ragionare, criticare, proporre. Una serenità, se vedo bene, quasi scomparsa, sostituita oggi dal gergo aggressivo del duello e dalle immancabili ‘sfide’ che incessantemente scatena.
Altrettanto convivialmente mi piace concludere, non però senza aver ricordato un’ultima ‘soffiata’ di Morresi. Difficile da scovare, perché nascosta in una breve nota a piè di pagina, recita: “La Svizzera è una specie di panottico d’Europa” (Etica della notizia, p. 35 n. 6). Panopticum era la prigione ideale progettata da Bentham sul finire del Settecento. Permetteva di controllare da un punto centrale tutte le braccia della casa di pena. Morresi se ne serve quale metafora. Il panopticum gli ricorda la fortuna, della quale fruirebbero i giornalisti nel paese trilingue. Quella di potere liberamente – ma ognuno per conto suo – far capo alla propria scena nazionale. Così il ticinese guarda all’Italia, il romando alla Francia, lo svizzero tedesco alla Germania. Ma a me questa lettura appare rinunciataria, anche se purtroppo spiega cose realmente avvenute e tutt’altro che piacevoli: come mai – per citare un esempio – i libri di Morresi, letti ed ammirati in tutta Italia,  siano rimasti pressoché ignorati nel resto della Svizzera. Ma a ben vedere questa lettura non è solo rinunciataria, ma anche clamorosamente scorretta. A Bentham infatti bastava un solo custode, proprio uno solo, che vedesse tutto. Questo intendeva ottenere disponendo le braccia della casa di pena come realmente fece. Perché allora non pensare metaforicamente ad un solo giornalista, capace di scorrazzare contemporaneamente in più scene nazionali?

Che – a volerlo – ciò sia fattibile, persino disinvoltamente; che sia oggigiorno diventato urgente nella babele linguistica, nella quale siamo tutti ingolfati; che per di più convenga ad un paese, che si vanta volentieri del proprio plurilinguismo (ma spesso ne ignora il prezzo). Ecco, tutto questo, anche tutto questo,  ci ha insegnato il nostro laureato plurilingue. Dopo aver fissato il suo telescopio sul tetto di casa, l’ha poi instancabilmente puntato su dove era oggettivamente urgente vedere, necessario capire, doveroso spiegare. Poteva essere la periferia di Lugano, Göschenen, Hanoi o Canberra. Ciò facendo, senza hybris né frenesia, ha proposto un modello, indicato la strada da battere. Una strada difficile ma, appunto, non facoltativa. Anche per questo merita la nostra gratitudine.

Lugano, 13 novembre 2021.

 

Discorso di accettazione del Premio della Fondazione Dr.J.E. Brandenberger

C’è chi ritiene, anche tra i miei colleghi, che il parlare di etica sia un berretto da mettersi in capo nelle grandi occasioni ma senza effetto sulla realtà della professione che esercitiamo. L’unico problema sempre attuale per il mondo dei media sarebbe la libertà. Ed è vero che per la maggioranza dei mei colleghi, nella maggioranza degli Stati, la libertà rimane il problema più grande, un problema vitale. Gli interrogativi etici, tuttavia, vengono prima, o subito dopo. Non perdono di importanza se se ne parla poco.

Voglio offrirne la dimostrazione con tre esempi tratti dalla mia esperienza professionale.

  1. Il primo caso risale agli anni Sessanta del secolo scorso. Un consigliere di Stato ticinese in carica è fatto oggetto di accuse infamanti, una campagna stampa condotta dai fogli dei partiti concorrenti lo spinge alle dimissioni. Al “Corriere del Ticino”, dove svolgo la funzione di resocontista parlamentare, si decide di dare della polemica unicamente le informazioni emerse in dibattiti del Gran Consiglio. Non si riportano dunque nella loro interezza e drasticità i termini del confronto, non si verifica se gli episodi contestati al politico sono veri, e soprattutto non si prende posizione. Ci si limiterà a deplorare – quando il consigliere travolto dalla campagna stampa si sarà dimesso – il tono polemico eccessivo della discussione. In questo caso si scelse di astenersi dall’approfondimento del caso e dal giudizio.  Fu una scelta: nessuno obbligava il “Corriere” a intervenire, nessuno glielo impediva, tantomeno la legge. Potremmo definirla una scelta di tipo etico. Anche la rinuncia a partecipare a una discussione, al chiarimento di un problema, al dialogo sociale, è una scelta, una scelta etica.
  2. Il secondo caso risale agli anni Settanta ed è stranamente analogo al primo. Ancora una volta, un consigliere di Stato è fatto oggetto di critiche per una infrazione commessa quando era ancora un privato legale. Al “Corriere” nel frattempo è cambiato il direttore, stavolta perlomeno si riflette insieme sul caso, e alla fine si decide di prendere posizione: sul giornale sarà pubblicato un editoriale in cui l’uomo politico è invitato a dimettersi. Di fatto egli si dimetterà, il giorno stesso, ma, (si saprà poi), su pressione di membri autorevoli del suo partito. Pubblicare l’articolo con cui si chiedevano le sue dimissioni fu una scelta; nessuno ci obbligava, nessuno ce lo impediva, tantomeno la legge. Una scelta etica.
  3. Il terzo caso mi riporta a un’inchiesta promossa negli anni Ottanta dalla rubrica televisiva “Reporter”, per la quale io come giornalista e Fabio Bonetti come regista ci trovavamo da una settimana in Austria per verificare la seguente ipotesi, da sviluppare in un documentario: non potrebbe la Svizzera imitare l’Austria del cancelliere Kreisky, che è neutrale come noi ma spende molto meno per l’esercito e in più svolge una politica attiva in favore della pace? Dai contatti preparatori, che avevano preso sul posto, risultava invece evidente (1) che l’Austria era neutrale non per sua scelta ma per una condizione impostale dagli Alleati al termine della seconda guerra mondiale; (2) che il nostro vicino spendeva poco per l’Esercito, e quasi niente per l’aviazione, perché si trova a ridosso della Cortina di ferro e la difesa gliel’assicurano gli Americani di stanza in Germania. Infine, (3) si poteva già  constatare che la politica attiva in favore della pace era stata una scelta personale del Cancelliere Kreisky: il suo successore – Vranitzky – non l’aveva ripresa. A colazione, una mattina, a Vienna, ci guardammo negli occhi: il mio regista, Fabio Bonetti, ed io. Constatammo che la premessa al servizio non stava in piedi. Tornammo in redazione (come si dice…) con la coda tra le gambe (una settimana di ricognizione all’estero costa…). Si lasciò perdere? No. La redazione (Willy Baggi, il capo del Dipartimento) ci rimandò in Austria, il documentario avrebbe spiegato perché l’Austria non era un esempio proponibile alla Svizzera, in coda al servizio sarebbe passata l’intervista a un politologo che applaudiva alla scelta. Avessimo decidere di persistere nell’errore, sarebbe stata una scelta etica: sbagliata, ma etica, nessuno ci forzava. La decisione di rovesciare l’approccio al tema fu pure una scelta etica, quella giusta per fortuna.

“Fosse lasciato a me decidere se avere un governo senza giornali oppure giornali senza governo, non esiterei un momento nel preferire la seconda cosa”. ***

Da questa e da altre esperienze venne col tempo maturando in me l’esigenza di cercare una fondazione meno intuitiva ai quesiti etici che la professione ci mette davanti. L’intuito aiuta, l’esperienza suggerisce: meglio sarebbe tuttavia se una teoria coerente contribuisse a sostenere la scelta con indicazioni valide non solo per un caso o due ma per ogni determinazione di fondo. Dove la si apprende? Dove la si verifica?

Devo essere grato a due ticinesi – Virginio Pedroni e Marcello Ostinelli – di avermi messo sulla buona strada con il volume Fondazione e critica della comunicazione. Studi su Jürgen Habermas (Franco Angeli, Milano, 1992) che conteneva gli Atti di un Convegno svoltosi a Locarno nel 1989, al quale avevo partecipato come cronista. Il soggetto era la “conversione” del filosofo tedesco a una nuova, positiva, valutazione degli strumenti della comunicazione. I sociologi più in vista, in quegli anni di fine Novecento, avevano spogliato i mass media degli allori che avevano salutato la loro nascita al tempo dell’Illuminismo, come dimostra la famosa frase di Jefferson: “Fosse lasciato a me decidere se avere un governo senza giornali oppure giornali senza governo, non esiterei un momento nel preferire la seconda cosa”. Habermas e compagni, invece, avevano rivalutato la razionalità delle procedure e delle regole formali da valere anche per i mass media. Anche per loro dovevano valere le premesse ideali della comunicazione, che potrei descrivere così:  (1) quando comunichiamo, noi siamo sempre aperti alla argomentazione, (2) argomentando tendiamo a un’intesa con gli altri interlocutori: questo perché (3) ogni discorso è orientato all’intesa, (4) il consenso che si vuole raggiungere è razionale quando è libero, senza costrizioni, aperto a tutti (…). Su queste premesse i mass media avrebbero potuto riacquistare l’autorevolezza perduta, affermando la loro utilità nel discorso pubblico.

Dal volume di Habermas Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, pubblicato in italiano nel 1996 scaturiva dunque anche per me il senso “politico” della prassi giornalistica, la ridefinizione del ruolo dei mass media nella sfera pubblica. “I mass media – scriveva Habermas – devono ritenersi come ‘mandatari’ di un pubblico illuminato, la cui capacità di apprendimento e di critica essi, nello stesso tempo, pretendono e rafforzano (…). Essi devono recepire imparzialmente problemi e stimoli espressi dal pubblico, e alla luce di questi temi e di questi contributi esporre poi il processo politico all’obbligo di legittimarsi e di rispondere alle critiche”.

L’approdo successivo a John Rawls – il filosofo americano con cui Habermas intratteneva un illuminante scambio di corrispondenza – avrebbe in seguito utilmente completato le ragioni della mia adesione a una concezione dell’etica della comunicazione abbastanza forte da sostenere le scelte pratiche della nostra professione. Il giornalismo si sarebbe dimostrato utile alla democrazia in quanto avesse onorato sia i doveri inerenti a una comunicazione corretta (l’etica del discorso) sia accettando di svolgere il ruolo attivo che gli veniva assegnato nel rapporto con gli altri poteri della società. Tali convinzioni avrei consegnato nel mio primo libro: Etica della notizia. Fondazione e critica della morale giornalistica, pubblicato da Casagrande nel 2003 con la prefazione di Remo Bodei.

A questo punto poteva dirsi fondata l’idea che mi ero fatta dell’etica del nostro mestiere. Ma dovevo pur constatare che nella formazione dei giornalisti, anche nelle migliori università, continuava a dominare – con pretese, in qualche caso, di esclusività – l’approccio sociologico. Come funziona la macchina, non “perché”. Non esito a definire suggestivi molti degli esiti della ricerca sociologica: penso in particolare all’opera di Niklas Luhmann: La realtà dei mass media. Penso anche ad altre opere che si distinguono per completezza e chiarezza, come Sociologia dei media di Denis McQuail (il Mulino, Bologna). L’essere, insomma, dei mass media si poteva dire da parte dei sociologi, adeguatamente servito. Ma il dover essere?

Non voglio addentrarmi in una critica del deficit sostanziale che mi pare di poter ancora constatare nel mondo universitario. Non sono più molto aggiornato, temo però che la situazione non sia molto cambiata dall’uscita del saggio di un giovane tedesco: Carsten Brosda, che nel suo lavoro di dottorato spiega bene il conflitto tra approccio filosofico e approccio sociologico verificato nella condizione degli studi accademici sui mass media. Per quanto riguarda me, posso citare tre lettere che scrissi alla giovane Università della Svizzera italiana, senza, in due casi, avere nemmeno il piacere della risposta. L’unico che mi rispose – fors’anche perché univo copia di uno scritto destinato ai giornali intitolato: Per un Istituto di etica applicata all’USI  - fu il presidente dell’Università Piero Martinoli, il quale precisava di non avere l’intenzione di rispondere pubblicamente, “non perché il tema non sia importante e degno di attenzione, ma semplicemente perché una tale iniziativa non rientra nella strategia di sviluppo dell’USI per il quadriennio 2008-2011 e non è nemmeno contemplata nella visione 2015 dell’ateneo”. Da allora ho tralasciato di occuparmi dell’implementazione di quell’impianto teorico nella pratica dell’università di Lugano, limitandomi a fruttuosi e vivaci scambi di opinione con un ottimo sociologo dell’informazione attivo all’USI e da poco pensionato: il prof. Stephan Russ-Mohl.

Basta. Credo di aver dato ragione del tipo di lavoro cui diedi mano dopo la mia uscita dal giornalismo attivo, nel 1998 e sono contento soprattutto che esso abbia convinto la Giuria del Premio della Fondazione Brandenberger ad assegnarmi il premio.

Come tutte le teorie, anche quelle che ho descritto furono da me lanciate con qualche aspettativa, E non mi è mancata, negli anni, la delusione quando il discorso e la proposta parvero cadere nel vuoto. La vostra generosità, Signori della Giuria, caro Presidente e Membri del Consiglio di fondazione, ripaga in larga misura anche le delusioni vissute e, oggi, dimenticate.

Grazie a tutte a tutti, molto cordialmente,

Enrico Morresi

 

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